Le problematiche connesse con l’integrazione nel campo della formazione professionale e dell’inserimento nel mercato del lavoro, sono sul piano motivazionale la base principale di partenza per affrontare l’integrazione degli immigrati, poiché questo tema è senza alcuna dubbio la radice motivazionale di tutto il fenomeno. Tutte le indagini fatte per spiegare le ragioni di questi flussi migratori sono (fatta eccezione per i rifugiati per cause di guerra) legate alla ricerca di un “lavoro”, per assicurare a se stessi e alla propria famiglia condizioni di vita dignitose o almeno la sopravvivenza.
Spesso la criticità fondamentale di questo tema dipende dal semplice fatto che non sussiste a priori una strategia che abbia “governato” l’incontro tra la domanda di occupazione degli immigrati, il tipo di competenze e di disponibilità lavorativa da essi proposta e il fabbisogno reale di manodopera professionale del settore economico del paese nel quale arrivano. Nella maggior parte dei casi, in questi ultimi quindici anni, vi è stato un flusso (anche al netto dei numerosissimi clandestini) del tutto casuale, per il quale l’unico paradigma cognitivo coerente sembra essere quello dei “frattali”, ossia quelle formule matematiche che cercano di inseguire una qualche intelligibilità del caos.
Lentamente, i paesi dell’Unione, cominciando dall’esempio di quelli che hanno da molto più tempo questo problema, stanno cercando di rendere più prevedibile e governabile questo fenomeno, sia attraverso la politica lungimirante dell’allargamento, che coagula e trova ragioni di nuova coesione tra la vecchia Europa e i nuovi paesi membri, sia attraverso un coordinamento tra gli stati e i governi dell’Unione per armonizzare leggi, regolamenti e standard dei flussi e attraverso un dialogo con i paesi extracomunitari dai quali proviene la maggior parte degli immigrati,soprattutto se clandestini.
E’ difficile parlare di “best practices” in questo lungo frangente critico, del quale non si riesce a rielaborare la dimensione e il profilo in modo adeguato: tuttavia, vi sono a macchia di leopardo nei paesi dell’Unione tentativi più riusciti di altri per tenere anche questa politica di integrazione lavorativa e professionale sotto controllo e per trasformare un problema in risorsa e in opportunità.
Un particolare tema merita di essere maggiormente esaminato: il “diversity management” ossia la capacità di saper gestire risorse umane di differente provenienza culturale e etnica, arrivando a trasformare questa diversità e questa polivalenza culturale in una opportunità. Non solo: un paese che arrivi a valorizzare la diversità culturale dei suoi immigrati per tradurla in nuove imprese innovative e originali, avrà elementi per far emergere nuovi vantaggi competitivi nella creazione di valore.